L’ Enstasi è la meditazione stessa allorché assume, come unica forma,
quella dell’oggetto di meditazione, quasi svuotandosi della propria Essenza.
(Yoga Sutra, III, 3).
Il termine sanscrito Samādhi deriva dall’unione tra la particella sam che significa insieme e la radice verbale dha che significa mettere, e definisce l’ultimo Stadio dell’ottuplice sentiero yogico, del quale rappresenta il compimento ed il culmine.
Lo stato meditativo denominato Samadhi è caratterizzato da una forte Dicotomia Percettiva tra Corpo e Mente, all’interno della quale si determina una momentanea sospensione delle attività sensoriali, mentre lo stato di coscienza rimane attivo e corrisponde alla completa Vigilanza.
Il respiro si svincola dal controllo, espandendosi fino ad assimilarsi alla fonte da cui origina, e ogni sensazione di individualità si dissolve nell’intuizione dell’appartenenza ad una coscienza unitaria, che la mente non è in grado di rappresentare.
Benchè attraverso studi effettuati in laboratorio, tramite una specifica strumentazione di analisi sia strutturale che funzionale dell’encefalo, sia oggi possibile associare ai diversi stadi meditativi particolari correlazioni neurofisiologiche, l’esperienza denominata Samadhi rimane per sua natura libera da associazioni e vincoli semantici confinati in una logica di causa effetto.
Tradizionalmente infatti, si attribuisce all’antica saggezza dei primi yogi la definizione più idonea dello stato di Samadhi, con l’indicativa ripetizione della parola sanscrita neti, che significa Non è Questa, a sottolineare la difficoltà di sintesi e descrizione relativa a tale Livello Meditativo, che può essere efficacemente raccontato soltanto attraverso un profondo silenzio (B.K.S. Iyengar, 2013).